Con il suo immancabile cappello Borsalino calato sulla testa, con quell’aria sempre ironica, spesso velata da quegli occhiali neri che lo facevano assomigliare ai personaggi del cinema francese anni quaranta, Pino Tovaglia ha incarnato per atteggiamenti fisici ed invenzioni progettuali le caratteristiche belle dei progettisti milanesi degli anni del dopo-Liberazione: il lavoro trasformato in allegria, la serietà non disgiunta dal gioco, la fiducia in un Paese che si andava profondamente trasformando e la passione per il design che, in quegli anni, faceva parte di un atteggiamento fortemente etico.

In Tovaglia confluivano con scioltezza i due filoni che hanno fatto grande la grafica: il rigore tipografico di scuola svizzera e il talento progettuale italiano – che affondava le sue radici nel classicismo del novecento e nella rivoluzione di Campo Grafico. In un mondo professionale dove l’osservanza per la scuola svizzera era quasi svelata dai nomi stessi dei progettisti, quasi tutti con desinenza non italiana (Huber, Steiner, Sambonet, Ballmer, Waibl…) Tovaglia appariva, anche in questo, molto milanese. La sua capacità di mescolare severità e sorriso, di sperimentare nuove tecniche quando ancora il computer non permetteva così sofisticati trattamenti fotografici, il suo mescolare pittura e tipografia, la sua spontanea facilità nel trasformare i più modesti elementi di realtà in qualcosa di fortemente poetico, associano immediatamente il suo nome a quello dei Fratelli Achille e Piergiacomo Castiglioni, amici e frequenti solidali progettisti di allestimenti straordinari.

I suoi interventi scultorei nel Padiglione della RAI del 1963 preannunciano un uso non solo più mono dimensionale della tipografia, testimoniato da una famosa copertina di Graphis e poi, negli anni settanta, dalle scritte sperimentali dove le parole, scisse nelle loro lettere, diventano somme di layer successivi e sovrapposti: un nuovo alfabeto pronto per scritture future.
– Italo Lupi

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